Lavorazione tradizionale della ceramica in Sardegna

Il tipo di lavorazione tradizionale, presente nel territorio fino alla seconda metà del secolo scorso, rispecchiava la finalità d’uso dei manufatti prodotti, elementi di base concepiti per adempiere alle necessità quotidiane nel contesto preindustriale.

 

Le modalità di lavorazione non sono distanti da quelle usate in uguale contesto nell’area del bacino mediterraneo e comprendono la cavatura e la preparazione dell’argilla locale, seguita dalla tornitura, la rifinitura e cottura.

 

La cavatura dell'argilla

La cavatura sotterrane, svolta scavando gallerie non superiori ai quattro metri di profondità, richiedeva la partecipazione di più braccianti oltre il vasaio. La competenza del vasaio era indispensabile in questa fase per l’identificazione delle qualità della terra e della sua composizione, da miscelare in seguito in funzione al manufatto che si voleva realizzare: vasi da acqua o recipienti per alimenti.

 

La preparazione dell’argilla continuava nei laboratori dove si miscelavano le diverse qualità e si predisponeva l’essiccatura completa al sole. Seguiva la frantumazione e la pulitura delle polveri, quindi si creavano gli impasti con l’acqua che venivano amalgamati, a più riprese, con i piedi ed infine impastati a mano.

 

La tornitura

Per modellare il manufatto l’artigiano utilizzava il tornio veloce, arroda, senza l’ausilio di ulteriori strumenti. In alcune fasi poteva tuttavia servirsi di qualche stecca in legno per aiutarsi a dare la forma. Nelle operazioni di foggiatura il vasaio appoggiava la schiena al muro, semiseduto su di un’asse in legno inclinata, per poter imprimere con il piede i movimenti al volano.

 

Creata la forma il vaso veniva staccato da piatto del tornio ed il suo fondo veniva assottigliato. Quando l’argilla iniziava a rassodarsi venivano realizzate le appendici come i beccucci, le anse ed eventuali aggiunte plastiche decorative.

 

A manufatto essiccato si passava l’ingobbio chiaro in soluzione acquosa, stangiu, ed in una fase sucessiva la vetrina, ammesturamentu, che veniva applicata immergendo il vaso capovolto nelle sole aree interessate, l’imboccatura e parte dei manici.

 

Il manufatto veniva cotto solo quando completamente asciutto. Il procedimento di essiccatura veniva realizzato con l’esposizione al sole e richiedeva particolare cura e controllo del corretto andamento nelle diverse fasi, attraverso l’osservazione di disomogeneità e l’opportuno cambio di posizione.

 

La cottura

La cottura veniva svolta in forni verticali alimentati con arbusti della macchia mediterranea, tra i quali si preferiva il cisto, l’asfodelo, il mirto ed il lentischio.

 

La cottura era unica e molto rapida, dalle cinque alle otto ore, e si svolgeva seguendo le usuali fasi con il riscaldamento, callentai, a fuoco lento per eliminare ulteriormente l’umidità dai manufatti, seguito dall’innalzamento della temperatura fino ai 900 °C, affumai, fase nella quale avviene la trasformazione dell’argilla in ceramica, concludendo con le fasi finali di raggiungimento della massima temperatura del calore bianco, coi, e con i colpi di fuoco, cardas, per le quali e richiesta un’alimentazione rapida e continua.

 

Risorse  di riferimento consultabili online

Video

Artigiani della creta, di Fiorenzo Serra, 1954

Contenuti collegati:

Centro territoriale generale: 

archivio
dei saperi artigianali
del mediterraneo

mediterranean
crafts
archive

X
Loading