Sardegna

La tessitura e la cestineria in Sardegna hanno origini remote, diffusamente documentate dai reperti archeologici rinvenuti sul territorio, e sino agli anni Cinquanta del Novecento – periodo che nell'Isola ha segnato una cesura improvvisa con un modus vivendi che si era conservato pressoché inalterato nei secoli – erano attività praticate in quasi tutti i paesi, poiché entrambe strettamente legate a un'economia agropastorale di autarchica sussistenza.

 

Nella arcaica società tradizionale isolana la tessitura era un’attività domestica, di pertinenza femminile, di grande importanza, sociale e simbolica, perché stabiliva uno stretto legame produttivo con le attività maschili, tutte proiettate all'esterno della casa: pastori e contadini, da pascoli e campi, ricavavano lana e lino – principalmente – che le donne trasformavano da fibra grezza in filato, per immetterli poi alla vita quotidiana del nucleo familiare sotto forma di manufatti.

 

L'importanza di questa attività di "trasformazione" era sottolineata anche dalla sacralità che la permeava: nello spazio domestico che ospitava il telaio erano presenti elementi apotropaici, lo stesso telaio era decorato con una simbologia magico protettiva, i gesti e i rituali che disciplinavano la realizzazione dei manufatti erano accompagnati da preghiere e brebus (parole magiche e scongiuri), così come le spole e i fusi erano investiti di forti simbologie (in alcuni paesi la notte prima delle nozze veniva regalata alla sposa dalla suocera una conocchia decorativa, cannughedda froria, con un filo di lino; inoltre le conocchie avevano al loro interno semi, piccole pietre e conchiglie che suonavano durante il lavoro per allontanare gli spiriti maligni).

 

E dunque anche i tessuti erano elementi utili ma carichi di proiezioni simboliche: un tutto, insieme di gesti, segni e colori, che all'occorrenza rappresentava giaciglio e pavimento, culla, sacca e tasca, tovaglia, luogo di preghiera, viatico per i defunti. Attraverso cambiamenti di forma e composizione gli stessi manufatti del quotidiano erano anche parte centrale della festa o del rito.

 

La diffusione dei telai – come ampiamente testimoniato dall’abate Vittorio Angius, compilatore delle voci relative alla Sardegna per il Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, 1833-56 – era vastissima, tipologicamente distinta a seconda delle aree geografiche.

 

Nella zona interna del Nuorese e del Goceano erano presenti in prevalenza gli arcaici telai verticali, mentre nel resto della Sardegna, sia al Nord che al Sud, erano invece diffusi i telai orizzontali, di piccole dimensioni. Questa differenziazione tecnica è il segnale di una forte diversità nella produzione.

 

Le aree interne – in particolare la Barbagia di Ollolai (Oliena, Orgosolo, Mamoiada, Sarule), la Barbagia di Belvì (Tonara e Aritzo) e i piccoli centri di Nule, Bitti e Orune –, molto conservative e meno aperte agli scambi, hanno dato vita a una produzione di manufatti realizzati al telaio verticale dal forte carattere “etnico”, portatori della cultura e del linguaggio della comunità che li ha prodotti.

 

Si tratta, prevalentemente, di grandi coperte dalla decorazione aniconica, caratterizzate da differenti raffigurazioni a seconda della località di provenienza che quasi costituiscono un alfabeto segnico della comunità cui appartengono.

 

Questo discorso è ancora più valido per le bisacce realizzate in questi piccoli centri, destinate ad accompagnare i pastori anche nelle lunghe transumanze, che costituivano quasi una bandiera di riconoscibilità della provenienza del loro portatore.

 

Al telaio orizzontale, diffuso invece nelle zone costiere e nei loro immediati entroterra, zone aperte agli scambi culturali e commerciali, veniva realizzati manufatti attraverso i quali è piuttosto evidente l’eredità delle diverse popolazioni che hanno avuto contatto con l’Isola: decorazioni e simboli di origine precristiana, elaborazioni locali di moduli e temi decorativi bizantini, rinascimentali e barocchi si manifestano infatti con decine di varianti.

 

Anche la tipologia dei manufatti tessili è più varia, oltre alla produzione corrente per la soddisfazione dei bisogni quotidiani, si trovano i tessuti destinati ai momenti della festa: le grandi coperte nuziali, gli arazzi, i copricassa, i sottosella, le collane per la bardatura di buoi e cavalli.

 

Questi sono tutti caratterizzati da una enorme varietà nei motivi decorativi che vanno dagli intrecci vegetali alle teorie di figure antropomorfe o zoomorfe, incorniciate di volta in volta da grottesche, tralci fitomorfi ecc. È ancora la preziosa fonte costituita dall’Angius a individuare nella tessitura, così come nella cestineria, un'importante voce di implemento per l'economia domestica da parte delle donne.

 

I manufatti prodotti in eccedenza rispetto alle necessità familiari erano infatti oggetto di un vivo commercio affidato ai venditori ambulanti o praticato dalle stesse artigiane durante le fiere periodiche che si tenevano in occasione delle feste campestri presso i numerosi santuari sparsi nelle campagne isolane.

 

Attraverso i tessuti e i cesti – e la loro varietà di forme e decori – sono avvenuti rilevanti scambi, economici e soprattutto culturali, tra le popolazioni dell'interno e quelle dei Campidani e delle zone costiere, che hanno contribuito non poco alla creazione/invenzione di un linguaggio formale oggi universalmente riconosciuto come inequivocabilmente "sardo", fortemente identitario, costituito da elementi decorativi (prima depositari di importanti significati simbolici) come pavoncelle, clessidre, cervi ecc., desunti dal ricco patrimonio di manufatti prodotti nell'ambito domestico e mutanti nel tempo con le varie contaminazioni portate dal succedersi di "conquistatori" e influenze culturali provenienti dall'esterno.

 

La cestineria di pertinenza femminile, quella più raffinata, destinata soprattutto alla panificazione, era una pratica consueta diffusa in tutta l'Isola, con delle diversità sub-regionali determinate dall'utilizzo di differenti essenze vegetali: giunco e culmi di grano erano adoperati nelle pianure del Campidano, asfodelo (l'impiego di questa pianta è di particolare interesse poiché non risulta che venga usata altrove, neppure quando essa è comunemente presente sul territorio) era invece intrecciato nelle aree più interne della Barbagia, mentre la palma nana e il "fieno marino" nella fascia settentrionale della Sardegna.

 

Ciascun materiale ha necessità di una sua specifica prassi di manipolazione lavorativa, direttamente correlata all'essenza vegetale di base: per tutti i manufatti vale però l'inizio a spirale, con sviluppo a crescita continua, con un "fare" curiosamente simile per costruzione strutturale al tessuto, in quanto composto di “ordito e trama”.

 

Ciascuna zona, costituendo la "batteria" dei cestini l’elemento principale e più vistoso del corredo domestico (su strexiu ‘e fenu) in dotazione alla sposa, ha sviluppato peculiarità proprie, particolarmente evidenti nella declinazione festiva dei manufatti.

 

Nel Campidano di Cagliari si faceva ricorso all'inserto di tessuto (rosso, in prevalenza) che, oltre a costituire un decoro, rafforza e tutela le parti strutturali più deboli del cesto, come il fulcro di partenza e i bordi di chiusura; nella zona dell'Anglona e della Romangia si utilizzavano fibre colorate per realizzare decori fotomorfi, zoormorfi e astratti; nella Planargia con i "nastri" di asfodelo più scuro si facevano grandi rose alternate a moti a scacchi; nell'austera Barbagia il decoro era affidato alla sottigliezza della lavorazione e a un piccolo bordo scuro.

 

Ai primi del Novecento inizia la diffusione di rinnovati modelli destinati al nuovo mercato cittadino: gradualmente la tessitura e la cestineria si trasformano, non sono più un’attività domestica ma si evolvono in attività “professionalizzate”.

Tutto l'universo arcaico della Sardegna entra in crisi: l'impatto con il contemporaneo – con le sue merci a larga diffusione e basso costo, con le materie prime d'importazione, con lo sviluppo delle vie di comunicazione che accelerano gli scambi e dinamizzano il mercato – determina numerosi fattori che eliminano il "senso", quanto meno economico, del fare tradizionale.

 

Sorgono numerose iniziative a sostegno dell'artigianato, quasi tutte a carattere sporadico, che non avranno grande continuità – con qualche eccezione, soprattutto nel settore tessile, per Isili dove l’azione promossa dal cav. Piras Mocci avrà a lungo esiti importanti e Aggius dove il prof Cannas darà il via a una Cooperativa di lunga durata –, sino all'intervento strutturato attuato dalla fine degli anni Trenta dall'ENAPI (Ente Nazionale Artigianato e Piccole Industrie) e poi proseguito, dal 1957, dall'ISOLA (Istituto Sardo Organizzazione Lavoro Artigiano).

 

Entrambi gli enti si avvalgono di due figure straordinarie: l'architetto Ubaldo Bads e il designer Eugenio Tavolara, figure chiave del rinnovamento dell’intero ambito artigiano della Sardegna, i primi a iniziare la collaborazione tra ideatori e esecutori, e a traghettare le arti popolari isolane verso il moderno artigianato di qualità.

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